C'è qualcosa di profondamente italiano, e forse anche di profondamente carpigiano, nel decidere di festeggiare un compleanno importante non con un brindisi sotto un tendone, ma con un paio di scarponi ai piedi e lo zaino in spalla. La sezione di Carpi del Club Alpino Italiano ha scelto così: camminare, sudare, salire. E alla fine toccare il cielo.
Lo ha fatto il 2 giugno 2026, giorno della Festa della Repubblica, quando un gruppo di soci ha raggiunto la cima del Monte Cimone, la vetta più alta dell'Appennino settentrionale, a 2.165 metri sul livello del mare. Era il traguardo finale di un trekking itinerante partito da Carpi cinque giorni prima, pensato per ricordare gli ottant'anni della sezione, fondata il 29 settembre 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, quando c'era ancora tutto da ricostruire, anche il desiderio di guardare in alto.
Dalla pianura alla vetta, tappa dopo tappa
Il percorso ha messo insieme più di 100 chilometri e quasi 3.500 metri di dislivello positivo, distribuiti in cinque tappe che hanno trasformato il paesaggio sotto gli occhi dei camminatori: dalla pianura padana alle faggete, dai borghi dell'Appennino modenese fino alle ultime rocce del Cimone, con il vento e il panorama che si guadagnano solo chi arriva lassù con le proprie gambe.
Si è partiti il venerdì 29 maggio con la tappa Carpi-Modena, venti chilometri in circa sei ore. Il sabato successivo, altri ventitré chilometri fino a Torre Maina. La domenica, la tappa più lunga e impegnativa: Torre Maina-Pavullo, ventisette chilometri, sette o otto ore di cammino. Il lunedì, la salita verso Sestola, venti chilometri con l'Appennino che comincia a farsi sentire. Infine, martedì 2 giugno, gli ultimi dieci chilometri da Sestola alla vetta del Cimone, con sei ore di cammino e la soddisfazione di chi sa che ogni passo fatto è stato voluto, cercato, meritato.
Dieci eroi silenziosi, e molti compagni di strada
L'organizzazione aveva previsto la possibilità di partecipare a singole tappe, con o senza pernottamento nelle strutture convenzionate, per rendere l'avventura accessibile anche a chi non poteva permettersi cinque giorni fuori casa. Una scelta intelligente, che ha allargato la platea e ha permesso a molti di unirsi durante il percorso.
Ma i protagonisti veri, quelli che meritano un applauso senza riserve, sono i dieci soci che hanno percorso ogni singola tappa a piedi, dalla pianura carpigiana fino alla cima. Nessun autobus, nessuna scorciatoia. Solo il ritmo lento del passo, che è anche il modo più onesto di misurare una distanza e, in fondo, di celebrare ottant'anni di storia.
Una sezione nata nell'Italia che si rialzava
La sezione carpigiana del CAI nacque nel settembre del 1945, in un'Italia che usciva dalla guerra e cercava di ritrovare se stessa. Ottant'anni dopo, quella sezione è ancora lì, con i suoi soci che la montagna la amano davvero, non per moda ma per vocazione. E il modo migliore per dirlo era esattamente questo: mettersi in cammino, da Carpi, e non fermarsi finché non si fosse toccata la vetta più alta dell'Appennino del Nord.
Come si dice in certi posti di montagna: la fatica si dimentica, la cima resta. Complimenti a tutti.